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Foto di R. Amal Serena

BACHI DA PIETRA «Rischiare è rock’n’roll, tutto il resto è pubblico impiego»

Giovanni Succi è tipo a cui puoi chiedere qualcosa sulla scena indipendente italiana e sentirti rispondere: «Sarebbe un’analisi interessantissima da fare, ma purtroppo ho il brasato sul fuoco». Insomma, personaggio mai banale e ben distante dalle soluzioni di comodo o semplici. Il percorso dei Bachi Da Pietra (col fidato Bruno Dorella) è lì a testimoniare la voglia di andare sempre un po’ oltre il confine precedente. “Necroide” è l’ennesimo azzardo di un ex (?) metallaro con la passione per Paolo Conte. Prendere o lasciare. Prendete, date retta a noi, e visto che c’è pure il brasato di mezzo, fate la scarpetta.

Gli Anni Ottanta sono il convitato di… pietra di questo album. Cosa rimpiangi di quel periodo?

«Nessun rimpianto, nessun rimorso. “Necroide” non è un’operazione nostalgica. A meno che non vogliamo chiamare “nostalgica” qualsiasi produzione musicale che si ispiri in qualche modo a cose precedenti. Quindi tutte».

L’idea di un black metal cantautorale è interessante. Cosa vi ha spinti verso questa direzione che già il precedente ep annunciava?

«Fare cantautorato attingendo alle proprie radici musicali non è una novità per nessuno. Farlo con il metal in Italia forse sì. Bob Dylan si rifaceva a Woody Guthrie, De Gregori a Bob Dylan e così via. Il mio De Gregori sono i Black Sabbath. Ho semplicemente radici altrove, in un genere che quasi tutti hanno condiviso (col tempo è diventato incredibilmente popolare) ma che molti considerano tra i più bassi e volgari. L’incipit di “Habemus Baco” parlava chiaro: “Dal punto più basso, più sporco e lontano”. Dal metal ad esempio. Come autore ho radici per lo più nel blues ma, andando ancora più a ritroso nei miei ascolti adolescenziali, ritrovo il metal e buone dosi di punk. Nei primi Anni Ottanta quando ero ragazzino, quello era l’altrove più lontano da tutto e io – come milioni di altri – vengo anche da lì. E quando mi va, senza vergogna, ci ritorno».

Hai un passato da metallaro. E’ un marchio che resta tutta la vita? Nel senso: ti senti un metallaro anche oggi?

«Se me lo avessi chiesto prima dei diciannove anni ti avrei detto un sì deciso. Già a venti avrei dubitato e saremmo solo nel 1989. Oggi è il 2015, sono all’alba dei quarantasette e non sono la parodia del me stesso adolescente. Non rinnego niente ma, come lamentano giustamente alcuni recensori di “Necroide”, sono uno che è andato oltre».

“Necroide” sembra dire: “Siamo questi ma siamo stati anche altro”. Cos’altro può essere il progetto Bachi Da Pietra in futuro?

«Seguilo e scoprilo perché non ne ho idea. I gruppi con un cliché fisso campano tutta la vita su quello, beati loro. A noi piace aderire alla vita e mutare di conseguenza, mischiare le carte, per quanto fattibile in due, avventurarci anche dove magari si sprofonda. Rischiare è rock’n’roll, tutto il resto è pubblico impiego. Ma non siamo un gruppo schizoide, mi pare. Alla fine faremo sempre qualcosa e poi saremo sempre noi».

“Necroide” è un disco scuro, inevitabilmente black, ma diversi ritornelli sono accessibilissimi, soprattutto nella prima parte del cd. Come avete lavorato sulle melodie?

«In un certo senso ho fatto fesso l’Inferno. Ho dato voce aperta a tensioni opposte (chi non ne ha?). Essendo un gruppo di ricerca ho ricercato soluzioni che definirei penetranti e ci siamo divertiti molto, anche Bruno ne era spesso sorpreso. E’ la vena vitale e comunicativa della black music che si insinua nel marasma metal attraverso una serie di fessure. Così nel buio spicca anche la poca luce. Come giocare spingendo forte sui contrasti in fotografia. “Necroide” è un oscuro inno alla vita. Ma se hai esperienza, è tutto molto pop».

Passati i 40 anni si fa ancora musica perché…

«Perché ti è chiaro il tuo limite mortale e lasci che a parlarne siano gli altri».

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