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WAREZ «Avevo più o meno 14 anni quando sono andato al "muretto" la prima volta...»

“Come No” è il nuovo pezzo di Warez. Nel brano c’è il featuring di Axos, altro rapper milanese con cui Warez è amico da tempo e col quale spesso collabora anche dal vivo. La produzione musicale è di Chevo Biz. Con Warez abbiamo deciso di parlare del nuovo brano ma anche della sua passione per la cultura orientale e poi tanto hip hop italiano sul tavolo.

In “Come No” hai scelto di parlare di insicurezze e relazioni personali in bilico. In questo momento di crisi, in cosa vale la pena investire secondo te? 

«Non mi sento di dare consigli su quello che dovrebbero fare gli altri, ognuno in base alle proprie esperienze e possibilità dovrebbe trovare la formula giusta per far sì che i successi siano superiori ai momenti di crisi. Io ho scelto di investire sui miei sogni e sulle mie passioni, e le insicurezze le elimino giorno per giorno con il raggiungimento dei miei obiettivi. Tutto può dare sicurezza, da un aumento di stipendio a lavoro a un apprezzamento di un artista che rispetti, l’importante è non perdere l’intenzione e quando si ha la consapevolezza di essere sulla strada giusta, andare avanti come un treno».

Con Axos avete un forte legame da tempo. Cosa ha portato in “Come No”?

«Axos l’ho conosciuto qualche anno fa grazie a Lanz Khan che in quel periodo stava lavorando a “Luigi XVI”. Ho sentito il provino di “Hashishin” e compreso subito che in quel ragazzo c’era in più del talento. Poi, con il tempo, abbiamo iniziato a frequentarci e a diventare amici e, come si suol dire, da cosa nasce strofa. Il pezzo è nato a casa mia durante un pomeriggio come un altro dove ascoltavamo beat e parlavamo di donne, io avevo una melodia in testa ma non un’idea chiara su come svilupparla. Quando da un discorso sono uscite fuori le parole “Come No” (riferite a un’ipotetica risposta di un partner quando si promette qualcosa che non si può mantenere) ci è venuto un flash e da lì abbiamo costruito tutto il pezzo».

Mi incuriosisce molto la tua passione per la cultura orientale. Da dove nasce e in che modo l’hai coltivata negli anni?

«E’ nata prima ancora che io nascessi, vengo da una famiglia di karateka (mamma, papà, sorella) e i miei si sono conosciuti nel dojo, a sei anni già indossavo il karategi (uniforme usata per la pratica del karatè) e mangiavo sushi. Negli anni ho continuato con la pratica del karatè e saltuariamente ho lavorato per un noto ristorante giapponese a Milano (Shiro – Poporoya) dove ho appreso molti caratteri della cultura giapponese che, se non vivi dall’interno, sono difficili da comprendere».

Artisticamente hai mosso i primi passi nei pressi del famoso “muretto” di Milano. Cos’ha di speciale quel posto del centro cittadino?

«Avevo più o meno 14 anni quando sono andato al “muretto” la prima volta, ricordo che andavo per vedere i b-boy fare quelle evoluzioni per me inconcepibili che cercavo invano di rifare nel salotto di casa, distruggendo qualsiasi cosa avessi intorno. Scrivevo pezzi ma non registravo ancora (era complicato trovare qualcuno disposto a registrare un principiante) e il “muretto” era il luogo dove poter apprendere da chi aveva più esperienza. Non essendoci i social bisognava uscire di casa per imparare, per gli “yo yo” (come ci chiamavano) milanesi del tempo è stata una scuola di vita, di stile di vita».

In un’intervista hai parlato di Luchè come uno dei più bravi del panorama hip hop italiano. In linea generale, qual è l’hip hop italiano che ti piace? Quali sono le tematiche o i suoni che ti invogliano a un ascolto prolungato di un pezzo?

«Luchè è sempre stato uno dei miei preferiti dai tempi dei Co’Sang, Il panorama hip hop Italiano si è evoluto in fretta negli ultimi anni e sono apparse realtà diverse fra loro ma, allo stesso tempo, molto interessanti. Direi che non ho un genere o una tematica preferita, seguo piuttosto gli artisti che ritengo forti e cerco di entrare nel loro mood, per esempio apprezzo sia Tedua che Mattak, che sono a mio parere totalmente agli antipodi».

Parlami di Milano. E’ una città che, secondo te, continua a dare stimoli a chi fa hip hop oppure si è seduta, a tutto vantaggio di altre città?

«Il rap italiano è Napoli, Roma, Torino, Genova e via discorrendo ma sappiamo tutti che Milano è la capitale del music business quindi risulta meno complicato raggiungere i propri obiettivi per chi ha questa passione. Infatti molti rapper si sono trasferiti qui e questo ha contribuito a far ingrandire la scena e l’interesse intorno alla nostra città. E tralasciando il discorso del music business, anche le realtà underground come la nostra stanno crescendo in maniera esponenziale: più che sedersi secondo me ci stiamo preparando al decollo».

Mi dici la tua sui Talent? E soprattutto sul rap nei Talent?

«Dico sì ai Talent e no al rap nei Talent. A mio parere il giudizio basato su singole performance live non rende l’dea di quello che un artista che fa questo genere potrebbe trasmettere a un pubblico che non è quello dei Talent. Nel rap non viene apprezzato chi ha qualità canore superiori agli altri ma chi è più credibile in quello che dice e più stiloso nel raccontarlo su una strumentale, non penso che questo equilibrio sia valutabile da un pubblico/giuria che con il rap ha poco a che fare».

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