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ALBERTO NEMO «Non uso artifici, lieviti artificiali e surrogati per attirare o compiacere falsamente qualcuno»

Con un disco che è un omaggio in musica al poeta Dino Campana, Alberto Nemo è tornato a “raccontarsi”, usando lo strumento della voce. “Io Dio No” è il quattordicesimo album dell’artista di Rovigo, e può essere un’ottima colonna sonora per questi giorni particolari, strani, diversi, che ci aprono una porta verso un ignoto ancora da scrivere.

Partiamo dal titolo del tuo disco e da quel “Dio” che forse ha deciso di punire la superbia del genere umano negli ultimi tempi? Tu che rapporto hai con il sacro e di conseguenza con Dio?

«Nel titolo ci sono tre soggetti: “Io Dio No”. Nel ritornello della prima traccia “Dissolvenze” queste tre entità si avvicinano l’una all’altra in una danza che scrive da sola tutto il pensabile. La mia vita è una costante tensione verso l’assoluto, inteso come luogo naturale dello spirito. La musica è un profumo che sale verso la dimensione del divino. In quella sede non c’è premio o punizione, richiesta o risposta. Tutte queste cose esistono per chi si fa catturare la mente dalla corrente vorticosa della materia che genera e mangia se stessa all’infinito».

Oggi l’attualità è la quarantena. Pensi che questa situazione e questo riscoprirci terribilmente vulnerabile davanti a un nemico invisibile possano portare – alla fine – a qualcosa di nuovo, a una presa di coscienza (dei singoli) diversa rispetto al passato?

«Nella storia ricordiamo gli effetti di grandi pestilenze, si vede come durante il tempo della malattia ci si è prostrati e si sono fatti propositi di bene, si sono alzate al cielo preghiere e cattedrali, si è giurato che nulla sarebbe stato più come prima. Gli unici che poi hanno veramente cambiato la loro vita sono stati i morti. A parte tutto credo che mai sia avvenuta un’epidemia che ha toccato tutto il mondo, credo che inevitabilmente ci saranno dei cambiamenti ma solo perché forzati dalla necessità. L’uomo non cambia».

Che ruolo può avere, oggi, in questo momento, un artista: intrattenere comunque il pubblico usando i mezzi a disposizione, oppure cercare di elaborare questi giorni provando di conseguenza a dare – tramite l’arte – una chiave di lettura?

«Non c’è mai stato nelle mie intenzioni il proposito di intrattenere il pubblico, per due motivi: il primo è che io e il mio lavoro siamo la stessa cosa, il “pane” quotidiano che esce dal mio forno ha un profumo che si percepisce solo con i sensi più sottili, non può essere mangiato. Per questo chi ha piacere di fermarsi e mi ringrazia lo fa perché ha trovato un’affinità tra il mio essere e il suo. Non uso artifici, lieviti artificiali e surrogati per attirare o compiacere falsamente qualcuno. Nel mio pane non c’è nemmeno il sale e anche poco sole, ma tutto quello che dalla terra riesce a salire al cielo. Il secondo motivo è che il pubblico non esiste più. Al posto dei corsi di canto, di pittura o di scrittura creativa ci vorrebbero lezioni su come ascoltare, vedere, leggere o assistere a uno spettacolo. Se immaginiamo un teatro di oggi vedremo un grande assembramento di persone sul palco che si accapigliano per stare sotto l’unico riflettore e una platea buia, un’oscurità che nasconde le poltrone vuote. Ecco la realtà dei social, tutti credono di essere attori e pensano che gli altri siano il loro pubblico. Follia. Senza ruoli precisi la commedia non è più né divina né infernale, è niente, un inganno che fa sprecare la vita. Un artista è tale se ha una sua specifica azione da svolgere, un gesto, un oggetto che solo lui può realizzare. In questo caso deve farlo senza chiedersi a cosa servirà ma con la consapevolezza e onestà intellettuale che se viene dal profondo del suo essere ha un valore universale».

Da cittadino, invece, come stai vivendo questo momento così particolare e carico di tensioni?

«Ho sempre sofferto le limitazioni alla libertà personale. Comprendo la situazione attuale ma penso anche che ci sono decine di migliaia di morti ogni anno per cause ben note e verso le quali, per interesse, si fa poco o addirittura si specula. “Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Matteo 15, 11). Il virus più pericoloso è quello morale che considera la disgrazia degli altri un proprio vantaggio».

Chiusi in casa, e talvolta in una condizione di solitudine terribile, cosa può avvicinarci alla felicità?

«La felicità è poter stare chiusi in casa da soli per scelta. La libertà e la felicità sono conquiste interiori».

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