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DARDUST «Mi piace essere considerato un “performing producer" o "composer” più che pianista»

«Mi piace essere considerato un “performing producer” o “composer” più che pianista». Dario Faini è la mente attorno alla quale ruota il progetto Dardust. Ma Faini è molto altro, è anche un apprezzato “paroliere”, capace di incrociare la sua strada con quella di diversi artisti della scena pop italiana. L’abbiamo intervistato, e abbiamo colto l’occasione per parlare di “Birth“, il nuovo disco.

“Nei miei sogni ho incontrato Satie e l’ho portato a ballare al Berghain”. Così descrivi Dardust.

«Satie e il Berghain sono due simboli per esprimere la sfida di rendere ancora più minimale la scrittura pianistica e ancora più aggressiva la parte elettronica».

Tu al Berghain (famoso club techno di Berlino) ci sei mai stato? 

«Al Berghain non ci sono mai stato ma l’ho sempre vissuto attraverso i racconti mitologici dei miei amici, soprattutto quelli su Sven, il “buttafuori”. Ogni volta che siamo stati a Berlino ci siamo sempre blindati in studio, ma prima o poi ci andrò».

Dal vivo la proposta è davvero coinvolgente. In studio è più faticoso lavorare sul suono Dardust?

«Ho delle visioni sui brani, su come devono suonare, cosa devono raccontare, cosa devono campionare e su come devono essere strutturati. A volte parto dall’idea di un campione, a volte da una visione oppure da un riff di piano. Poi si lavora in team e il team Dardust con Vanni Casagrande e Carmelo Patti ha sempre spaccato e ottenuto risultati incredibili in poco tempo. Abbiamo fatto due dischi in due anni, per il prossimo sicuramente ci prenderemo molto più tempo».

The Wallflowers – Alhambra Paris – 17 novembre 2026

Da pianista, mi dici la tua su alcuni nomi che vanno forte nelle classifiche di vendita? Penso ad Allevi e al più recente Ezio Bosso.

«L’emotività di Bosso è profonda e unica. Giovanni, con il quale ho studiato pianoforte allo “Spontini” di Ascoli, è un ottimo esecutore con una tecnica solidissima».

Nella tua carriera hai spesso incrociato le strade del mainstream (come autore) e della scena indipendente. Sono estremi così diversi?

«La scena indie vive in un mondo tutto suo che è fatto per fortuna di libertà espressiva sicuramente, ma anche di hype che cambiano di periodo in periodo. Nel mainstream ci sono vari aspetti e passaggi che condizionano e filtrano la creatività. A volte un’idea di partenza arriva all’artista giusto con una produzione che lo valorizza ancora di più, come è stato con “Luca Lo Stesso” di Luca Carboni (brano che ho scritto con Luca e Tommaso Paradiso), altre volte il brano di partenza è detonato perché i vari passaggi lo hanno snaturato».

Le tue canzoni sono finite anche a Sanremo. Il Festival è diverso dai Talent? Oppure sono due facce della stessa medaglia?

«Due contesti diversi. Il Festival è quella settimana in cui sembra che qualsiasi cosa accada sia la più importante del mondo e che se una cosa va bene o va male, tu sei segnato per sempre. E puntualmente dalla settimana dopo tutto è esattamente il contrario. I Talent sono mesi e mesi di esposizione e crescita in cui gli artisti fanno un percorso e si lasciano scoprire e costruire».

The Wallflowers – Alhambra Paris – 17 novembre 2026

L’elettronica è forse il genere musicale più liquido in assoluto. In questo momento dove dovremmo guardare per trovare le cose più originali?

«Difficile rispondere. A me la scena italiana piace davvero tutta da Populous passando per Niagara, Aucan e Yakamoto Kotzuga. Poi mi intrippo con gli islandesi e ascolto un mese i GusGus e Kiasmos. E poi Moderat, e poi Jon Hopkins e poi i Weval e poi non saprei. Ti direi, insomma, di guardare dappertutto».

“Birth” è stato registrato in Islanda. Cos’ha di magico quel Paese?

«La magia è nella convivenza degli opposti che creano un equilibrio unico. Ghiaccio e fuoco, sabbia e lava, mare e montagne. Bianco e nero. Credo che “Birth” sia esattamente questo».

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