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ALBERTO NEMO La lingua dei sogni di Alberto Nemo

Il sogno, da sempre, è il luogo della rivelazione, la dimensione in cui possiamo superare le barriere del nostro corpo, del tempo e dello spazio, avere intuizioni attraverso immagini interiori e parole che risuonano solo dentro il nostro spirito. Dai primi segni fatti sulle pareti in epoca preistorica fino ad arrivare agli studi del secolo scorso, il tema del sogno ha costantemente occupato un ruolo determinante nelle varie culture e tradizioni. La dimensione onirica diviene centrale quando si parla di arte e proprio in essa trovano la loro collocazione molte opere di ogni tempo. Ricordiamo su questo tema il testo fondamentale di Pavel Florenskij “Le porte regali – Saggio sull’icona”.

Entrando in questo campo siamo riusciti finalmente, dopo tante reticenze, a scoprire un elemento importante riguardo all’arte di uno dei più interessanti artisti contemporanei. Abbiamo intervistato Alberto Nemo e gli abbiamo chiesto notizie in merito alla misteriosa lingua utilizzata nelle sue composizioni.

Quando hai (ap)preso coscienza e conoscenza di questo idioma?

«Devo tornare indietro nel tempo e rivivere i miei primi sogni di bambino. L’età è quella in cui mal si distingue la separazione tra le cose della veglia e quelle del sonno, in quel limbo ho coscienza di aver imparato prima a parlare con i sogni che con le persone. I miei maestri sono stati gli abitanti di quella landa misteriosa che si manifesta nel sonno e con loro ho iniziato a comunicare agevolmente. Penso che questo linguaggio appartenga a tutti i bambini del mondo e sia universale. Io, come tutti, lo usavo anche nella veglia e mi stupivo che nessuno mi capisse. Nel paese del sogno invece tutto mi era familiare, mi muovevo facilmente, volavo e salivo ovunque ci fosse qualcosa che mi attirava. Pensare una parola e dirla era la stessa cosa, non c’era dualismo tra il pensiero e l’azione. Credo che tutto questo appartenga all’uomo, sia una sua peculiarità che la dimensione della veglia ha fatto dimenticare, così come questo idioma che per molti è rimasto sepolto insieme all’oro dell’infanzia. Io sono riuscito a conservarlo, penso sia accaduto per una svista della natura che ha dimenticato di estirpare quella consapevolezza luminosa che sta nei bambini molto piccoli, appena entrati nella giostra della vita, che parlano e comunicano con tutto e sentono ogni cosa. È per questo che ho iniziato presto a prendere appunti, a scrivere quelle parole prima che anche per me divenissero misteriose ed oggi porto gelosamente questo tesoro con me, sicuro come allora di poter non solo arrivare a parlare con tutti ma anche con dimensioni sovrannaturali».

Come nascono i tuoi brani in cui usi questo linguaggio?

«Per me musica e testo non sono mai state due entità separate, c’è il suono ed è la sua vibrazione che si trasmette. Non si tratta di una comunicazione razionale che passa dai canali dell’apprendimento, è una dimensione profonda, indivisa e primigenia in cui il messaggio va diretto da spirito a spirito, da mente a mente, attraverso un suono che le corde vocali e gli strumenti riproducono ma che esiste già dentro di noi, infatti lo usiamo e lo sentiamo anche nel sogno. Insieme alla lingua di cui ho parlato ho conservato memoria anche di questo, di particolari suoni che producono un effetto immediato in chi li sente e, sembra incredibile, anche in chi non li sente. Come ho detto prima queste vibrazioni vanno dirette da mente a mente e se anche il suono che si ascolta con il senso dell’udito non arriva più in là di qualche metro, quello vero, cioè quello emesso direttamente da pensiero attraversa l’universo. Nei miei brani c’è questo e nient’altro. Ho interpretato anche molto del repertorio musicale contemporaneo e non, ho lavorato su testi poetici e tradotto brani in italiano, ma ho capito che il nucleo fondante della mia arte è quello con cui ho esordito ed a cui ora sono tornato».

Che tipo di evoluzione può avere una ricerca come questa?

«Questa domanda mi dà l’opportunità di mettere in chiaro una questione molto importante. Ci sono elementi che sono legati al tempo e quindi ai cambiamenti culturali e alle mode, altri che sono espressioni di una sapienza profonda e non hanno subito mutamenti. Pensiamo alle forme geometriche e ad alcuni suoni che, non solo nel mondo orientale, si usano in ambito sacro e la cui origine si perde nella memoria. La mia ricerca si muove sul recupero di queste sonorità ed avviene maggiormente attraverso un ascolto interiore più che diretto verso i vari repertori internazionali. Se ho ascoltato qualcuno e ne ho fatto tesoro si tratta di artisti che appartengono alle tradizioni popolari, di molti non conosco neanche il nome. È l’uomo nella sua essenza, dentro una natura cui deve costantemente far fronte e per questo deve mantenere vivo il suo spirito originario, l’unico che gli permette di sentire ogni pericolo e opportunità. Deve ricordare il linguaggio dei sogni per sopravvivere. Questi sono stati i miei maestri e il mio suono è in sintonia con il loro, quindi con quella lingua che univa tutti prima del crollo della Torre di Babele. Il mio concetto di evoluzione non è in avanti, ma interiore».

La tua è più una ricerca spirituale che artistica?

«L’arte è sacra e la musica ne è la manifestazione più alta perché nasce già come linguaggio universale. Per sacro intendo un particolare stato di attenzione e consapevolezza in cui realtà e verità coincidono. Per giungere a questo è importante la presenza dell’artista, la sua azione attiva le facoltà sopite dell’individuo che ritrova la sua reale dimensione nella natura».

Come definiresti la tua musica?

«La parola “definire” mi fa pensare al Demiurgo platonico, ad un artefice divino che circoscrive e delimita la sua creazione. Il suono è un elemento primordiale che precede la divisione dei popoli e dei continenti, è la musica classica della Pangea che ha ancora il potere di unire e richiamare a sé le facoltà disperse che l’uomo contemporaneo ha sostituito con la tecnologia. Questo viaggio nella storia dell’umanità rivive in ogni singolo individuo, dal suo concepimento alla fine. È possibile trovare ancora oggi quella musica e quel linguaggio che appartiene ai nostri primordi, esso vive nella prima infanzia ma lo sento ancora vivo dentro di me. La difficoltà è riuscire a restituirlo incontaminato, con la stessa energia con cui lo percepisco. È il primo canto dell’uomo che ha avuto come accompagnamento il suono delle orbite celesti. Esso risuona costantemente in me come un flusso che mi attraversa e, se potessi, lo canterei incessantemente, sempre diverso e unico come ogni espressione della natura».

Progetti per il futuro?

«Il 7 maggio uscirà il mio cinquantesimo album. L’opera sarà prodotta dall’etichetta Compagnia Nuove Indye fondata da Paolo Dossena già produttore, tra gli altri, di Luigi Tenco, Francesco De Gregori e Paolo Conte. La copertina sarà disegnata da Mark Kostabi, uno degli artisti contemporanei più conosciuti e importanti a livello internazionale».

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