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BELLADONNA «Il passaparola ha sempre trainato la nostra musica e ci ha fatto approdare anche a Hollywood»

Hollywood, i “Minions”, MySpace e le furbizie di Facebook. E ovviamente il rock. Dani Macchi e Luana Caraffa sono il motore dei Belladonna, la band italiana che negli ultimi anni si è costruita una solida carriera ben distante dalle beghe della scena nostrana, andando alla conquista di un mercato – quello americano – che da sempre è croce e delizia di chi aspira a rendere la propria passione qualcosa in più di un hobby. I Belladonna ci sono riusciti. E scorrendo l’intervista, scoprirete la (loro) formula del successo.

La prima cosa che voglio chiedervi è relativa al vostro singolo finito nel recente spot dei “Minions”. Come sono andate le cose?

Luana Caraffa: «Non è la prima volta che usano delle nostre musiche a Hollywood, solo qualche mese fa la musica dello spot Instagram dei “Fantastici 4” è stata commissionata al nostro Dani Macchi, e sempre Dani di recente ha realizzato un EP di brani strumentali suoi per la BMG/Chrysalis di Los Angeles, EP concepito proprio per l’utilizzo in film e tv. Il passaparola che da sempre ha trainato la nostra musica ci ha fatto recentemente approdare anche a Hollywood, e come puoi immaginare ne siamo felici e onorati».

A prima vista, non sembra esserci molto in comune tra i Belladonna e i “Minions”. Colorati questi ultimi, più noir voi. Gli opposti che si attraggono? 

Dani Macchi: «L’idea dello spot tv dei “Minions”, per il quale hanno utilizzato la nostra canzone, era creare una parodia di “Cinquanta Sfumature di Grigio” (difatti lo spot si intitola “Cinquanta Sfumature di Giallo”) e quindi avevano bisogno di una musica che evocasse sensualità ed erotismo e da qui la scelta di “The God Below”, uno dei nostri brani più romantici ed eroticamente noir».

Passo indietro. Cosa ricordate dell’esperienza Zoo di Venere, il vostro primo progetto?

Dani Macchi: «Abbiamo bellissimi ricordi di tutte le stagioni che abbiamo vissuto nel nostro fare musica. Sicuramente dall’esperienza con gli Zoo di Venere, con i quali abbiamo collaborato in profondità con la discografia italiana, abbiamo imparato a non avere mai più nulla a che fare con chi lavora nel mondo della musica senza davvero amarla. Questo nostro atteggiamento intransigente ci ha chiuso tantissime porte qui in Italia, ma sono tutte porte che portano in stanze dove assolutamente – sorride – non vogliamo né vorremmo mai entrare».

All’epoca divideste il palco diverse volte coi Denzoe, che sembravano poter avere un futuro radioso e invece si sciolsero presto. L’andare avanti in un ambito difficile come quello della musica è una questione di fortuna, caso o cosa?

Luana Caraffa: «Pensa te le coincidenze, i Denzoe erano prodotti proprio dal nostro Dani Macchi, che era co-autore di tutti i loro brani. Non sapremmo giudicare cosa accadde nel loro caso, ma di sicuro in ogni situazione la fortuna è un elemento importantissimo. Certo che poi se si presenta devi avere tutte le carte in regola per averla meritata, altrimenti ti porta a risultati solo effimeri. Ma vorrei aggiungere che chi ama davvero struggentemente il fare musica e vi dedica tutta la propria esistenza full-time rinunciando a tutti i vantaggi di una tranquilla esistenza borghese non ha bisogno di fortuna, perché dopo molti anni di sacrifici quello che farà musicalmente sarà sicuramente di un tale livello da riscuotere sempre una qualche forma di riscontro che gli permetterà di andare avanti facendo solo il musicista».

Siete una band italiana che all’estero si è tolta grandissime soddisfazione. Però la sensazione è che in Italia il vostro nome sia circolato pochissimo in questi anni. Perché?

Dani Macchi: «Non sappiamo dirlo. Di sicuro qui in Italia si ha un’idea del rock che non corrisponde quasi per nulla a quella dei Paesi anglosassoni, e forse è anche naturale che una band come la nostra un po’ risenta di questo fatto. Comunque abbiamo tantissimi sostenitori favolosi qui in Italia e non ci siamo mai sinceramente posti il problema del numero».

State lavorando a qualcosa di nuovo?

Luana Caraffa: «Stiamo missando il disco di nostri brani registrato con l’orchestra a inizio estate, e contiamo di farlo uscire in autunno. A ruota – a inizio 2016 – seguirà il nostro quinto album vero e proprio. Nel frattempo abbiamo altri progetti speciali in cantiere – alcuni molto, molto speciali – che annunceremo appena saranno confermati al 100%».

Avete diviso il palco con tantissimi artisti: dai Korn ai NIN, passando per icone dark come Dita. C’è qualcosa di questi incontri che è rimasto? Nel senso: una chiacchierata particolare, un consiglio dato inaspettatamente, un dietro le quinte che vi ha stupito?

Luana Caraffa: «Di sicuro chi ci ha più colpito come carica umana è stato Duff McKagan (con il quale abbiamo fatto un paio di date qualche anno fa). Dopo aver assistito ai nostri live da bordo palco ci ha colmato di complimenti che ci hanno davvero onorato, e ci ha elargito consigli da vecchio lupo di mare del rock’n’roll. Un vero grande».

Che opinione avete della scena rock italiana? Ha senso dividerla in scena indie e mainstream?

Dani Macchi: «E’ una domanda alla quale è un po’ arduo rispondere visto che qui in Italia c’è un’idea del rock molto sui generis. Il rock come linguaggio ha delle specifiche caratteristiche nei groove, nelle melodie, nei suoni, nell’approccio ad essi, nell’estetica generale, e qui in Italia pochissimi implementano queste caratteristiche nella loro musica. E’ un po’ come la pasta con sopra le polpette e il ketchup. Sarà anche buona per quelli a cui piace (e piace a milioni di persone, fuori dall’Italia) ma secondo il mio modo di vedere le cose, la pasta non si fa così. Qui in Italia c’è una moltitudine di artisti rock o indie-rock che piacciono a milioni di persone, ma sinceramente secondo il mio modo di vedere le cose, non so se il loro possa essere chiamato rock e se quindi si possa parlare di una “scena rock” qui in Italia».

L’America del rock è solo un’icona per chi vive fuori dagli States o ancora oggi è gravida di proposte capaci di ispirare? Insomma, è sempre quella la patria del rock oppure è meglio cercare ispirazione altrove, oggi?

Luana Caraffa: «Secondo me la vera patria del rock è l’Africa: è da lì che sono nati quegli stilemi e quell’attitudine verso il fare musica che poi in seguito alla tratta degli schiavi e ad un’infinità di successive commistioni con varie culture hanno fatto nascere il rock. Detto questo, credo che l’ispirazione vada sempre cercata nel nostro immaginario segreto personale e mai, mai, mai in altri artisti».

Luana, il tuo modo di usare la voce arriva molto istintivo all’ascoltatore. Quali modelli hanno forgiato il tuo stile?

Luana Caraffa: «Grazie infinite per ciò che ritengo un grandissimo complimento! A dire il vero non ho modelli ispiratori, ho sempre cercato di essere me stessa e il mio stile è stato forgiato dal palco, dall’esperienza. Credo sia fondamentale per ogni cantante non tentare di imitare nessuno o almeno questo è fondamentale per me».

Sulla scelta del vostro nome si è spesso dibattuto, soprattutto in relazione all’omonimia con la nota pornostar. Voi in diverse interviste avete sempre detto che l’ispirazione è arrivata da altri riferimenti. E’ la risposta vera e definitiva? 

Dani Macchi: «Volevamo un nome che suonasse italiano (proprio come la nostra musica suona molto italiana – soprattutto nelle melodie e nei giri armonici – a chi ci ascolta all’estero) ma che fosse comprensibile agli anglofoni, e Belladonna ci è sembrato subito perfetto. Inoltre è sia un veleno mortale che un allucinogeno che una cura, a seconda delle dosi assunte, e questa ambiguità ci piaceva molto. Inoltre è il nome del primo disco solista di Stevie Nicks, che adoriamo».

La vostra è stata una delle pochissime band italiane capaci di sfruttare al meglio il potenziale dell’ormai quasi defunto MySpace. Quale fu la scintilla che vi spinse a spingere la vostra musica tramite quel social e oggi qual è il vostro rapporto con Facebook? 

Luana Caraffa: «Noi su MySpace semplicemente caricammo i nostri brani e nel giro di pochi giorni successe l’Apocalisse. Iniziammo a ricevere centinaia di commenti ed email al giorno e noi abbiamo semplicemente solo cercato di rispondere a tutti. Eravamo fissi nella Top 100 delle band senza contratto più ascoltate al mondo (unica band non-USA nella lista), e su Facebook – che ti rende visibile solo proporzionalmente a quanto paghi perché i tuoi post siano visibili – è impossibile che si crei un passaparola spontaneo e naturale come su MySpace, a meno che non ci si investano cifre molto ingenti. E’ l’ennesimo modo da parte del mondo del profitto di controllare il mondo di chi si esprime in maniera libera e indipendente».

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