IN "FIVE SONGS" CI SONO LE CINQUE CANZONI PREFERITE DI...
Home > Interviste > Cantautore > PIPPO POLLINA
pippo pollina

PIPPO POLLINA «In Italia penso di aver ricevuto molto meno di quanto ho seminato»

Una nuova tournée europea ed “europeista” vedrà Pippo Pollina protagonista lungo tutto il mese di novembre. Tanti concerti in grandi città e capitali dell’Unione Europea. E 6 date saranno previste anche in Italia, fra il 19 e il 24 novembre, con preferenza, per ragioni logistiche, fra il nord dello stivale e Napoli. Amato in Svizzera e Germania, Pippo Pollina è ormai universalmente considerato come uno dei Maestri italiani del cantautorato.

Ti aspetta un 2019 con ancora tanti concerti. Ma dopo un numero quasi incalcolabile di live nella tua carriera, cos’è oggi l’esperienza dal vivo per te? 

«Beh, dipende dal pubblico, parliamoci chiaro. Se il pubblico è vivo, è molto presente, si fa sentire, non è passivo, se non ha la pretesa di “consumare” lo spettacolo, di stare comodamente seduto in poltrona, ma vuole partecipare, allora è chiaro che l’esperienza dal vivo può diventare una cosa coinvolgente per tutti, anche per me. Anche se l’ho vissuta migliaia e migliaia di volte».

E’ un’emozione sempre nuova o un’esperienza (a volte) impiegatizia?

«E’ ovvio che non è più come una volta, quindi trovare degli stimoli giusti per un live dipende un po’ da mille fattori: un po’ dalla qualità del posto, dal tipo di pubblico, dal mio stato d’animo e fisico, insomma, tante cose. Però quasi mai ho un atteggiamento “impiegatizio” rispetto al live, sennò penso che smetterei».

L’estero ti ha consacrato e ha spesso esaltato la tua musica; con la tua Italia che rapporto hai? Pensi di aver ottenuto meno di quanto seminato?

«Io penso senz’altro di aver ricevuto molto meno di quanto ho seminato, non solo meno, ma enormemente meno – sorride ironico. Però diciamo che è una cosa che, per il momento storico che vive l’Italia, era da mettere in conto: la situazione dell’Italia è tale per cui chi fa questo tipo di cosa come la faccio io, inevitabilmente riceve i riscontri che riceve con molta fatica. Non è una cosa di cui vergognarsi, c’è un’intera categoria di cantautori che fa la fame e anche quelli blasonati, famosi, fanno una certa fatica; anche se hanno avuto un’attenzione mediatica importante, hanno magari fatto diversi Festival di Sanremo, oggi fanno fatica a mantenere la loro posizione nel cosiddetto mercato della canzone, il mercato della musica italiana».

Che Paese è l’Italia?

«L’Italia è un Paese anomalo per tante cose, e lo è anche per la musica».

Oggi che nuove forme di musica – penso al rap – si impongono all’attenzione dei più giovani con forza espressiva, cos’è la canzone d’autore? E’ un linguaggio vecchio? 

«Sì, è un linguaggio vecchio, una forma artistica desueta. Ecco, una forma artistica desueta, il che non vuol dire che sia vecchia in quanto tale, non vuol dire che non valga più, che sia scaduta – sorride ironico. No, no, il fatto è che la poesia come strumento di comunicazione e come linguaggio estetico è un qualcosa che è caduto in disuso. Parlo della poesia, quella che usa la lingua e la parola in un certo modo, con una certa estetica. Il fatto è che il livello intellettuale della nostra scena culturale si è nettamente abbassato, quindi è ovvio che certe cose che richiedono un po’ più d’impegno e un po’ più di perizia vadano in disuso, ma d’altra parte quando l’arte era fine a se stessa e non era collegata direttamente al guadagno, diciamo, al guadagno che se ne traeva, ma era qualcosa veramente legato alla passione, che veramente volava alto, allora anche il livello era alto. Da quando l’arte è diventata qualcosa con cui si guadagnano molti soldi, si orientano le masse in un certo modo e si fa altrettanto coi produttori di arte, cioè gli artisti, che vengono fatti crescere in funzione di questo concetto, cioè del guadagno commerciale che si può avere proponendo un certo tipo di arte. Quindi ecco che la qualità non è più importante. E rispetto ai più giovani artisti la vedo molto male, ma non perché manchino i talenti, i talenti ci sono secondo me, soltanto che non vengono valorizzati perché chi di dovere non sostiene chi fa musica. E come il pubblico per la canzone d’autore, i giovani secondo me ci sono, ma sono delle nicchie, delle nicchie che tutte insieme possono anche costituire un numero e un movimento interessante. Ma il problema è che possano ritrovarsi tutte insieme, essere rintracciate, fatte emergere, fare in modo che facciano massa critica».

La canzone d’autore è per un pubblico over 40?

«La canzone d’autore non è solo per over 40. Nel mio caso, per esempio, non poche persone hanno utilizzato le mie canzoni per i loro studi e anche per le loro tesi di laurea».

Ormai sei un artista con un’identità precisa, ma quali artisti senti ancora esercitare sulla tua musica un notevole fascino? Insomma, chi ti ha ispirato e che ti ispira?

«Diciamo che la domanda giusta è: “Chi mi ha ispirato?”. Oggi non sento grosse ispirazioni, ma nel passato sicuramente ho avuto delle ispirazioni importanti, c’erano degli artisti di un certo spessore che calcavano le scene. Oggi, secondo me, molto meno e quindi sono meno gli artisti che mi lasciano il segno. E’ raro che questo accada e magari accade con artisti assolutamente sconosciuti, di cui nessuno conosce l’esistenza. Nel passato si sa quali sono stati i miei punti di riferimento, cioè i cantautori francofoni importanti, Ferré, Brel, poi Victor Jara, Silvio Rodriguez, 5 o 6 italiani di grande spessore, De André, Tenco, Guccini fino a Ivano Fossati, che è stato l’ultimo negli anni ’90 a farmi grande impressione. E fra i poco conosciuti, c’è un mio corregionale siciliano che vive ad Avignone, Vincenzo Lo Iacono, che ho conosciuto in tournée, che ha scritto canzoni bellissime come “Castanisedda”. Se ne incontrano ogni tanto di molto interessanti, ma nessuno sa chi sono, proprio perché non hanno avuto e non riceveranno mai spazio, perché non rientrano più in quel modello estetico che invece oggi è portato avanti. Io, per quello che posso, nei luoghi dove ho un po’ di influenza culturale, cerco di fare qualcosa per divulgare la canzone d’autore italiana di qualità, con risultati incoraggianti. Da alcuni anni ho dato vita ad un festival a Zurigo, nel mese di dicembre, con i concerti sempre sold out. E le sorelle Roberta e Adriana Prestigiacomo e Claudia Sala, che nel 2018 sono state con me in tour in Europa per più di 120 date (e lo saranno anche nel novembre 2019), grazie a questo, hanno proprio a breve una loro prima significativa tournée in Germania e Svizzera».

Vedremo mai Pippo Pollina a Sanremo? E’ un tuo sogno?

«No, non mi vedrete mai, non mi vedranno mai a Sanremo. Salvo che per il Premio Tenco dove sono stato ospite lo scorso anno. Il Festival non è un mio sogno e non mi ci vedranno mai, ma, innanzitutto perché non mi inviteranno mai – risata ironica. Ma perché mai Sanremo dovrebbe invitare me? Io non rientro in questa categoria sanremese in nessun modo, quindi per quale motivo dovrei andare a Sanremo? Non è che uno si sveglia la mattina e dice “…io voglio andare a Sanremo, bene, avanti, ci vado, ok, va bene, ci vado”. No, non è così, quindi la risposta è no, non credo proprio».

Tag