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CUBA CABBAL «Dobbiamo tornare ad una vita in simbiosi con la natura»

La caratura di un artista (o meglio ancora: di un uomo) si misura anche dalle riflessioni che in momenti non facili riesce a fare, smarcandosi dai luoghi comuni. Ecco quindi che le idee di Cuba Cabbal, uno che ha “inventato” l’hip hop in Italia in tempi non sospetti, giungono ad aprirci prospettive nuove davanti a queste settimane così uguali ma anche così diverse rispetto al passato…

Pensi che questa situazione e questo riscoprirci terribilmente vulnerabili davanti a un nemico invisibile possano portare – alla fine – a qualcosa di nuovo, a una presa di coscienza (dei singoli) diversa?

«La medusa segue un suo percorso e viene trasportata dalla corrente; il nuotatore ci sbatte contro e viene pizzicato. Poi esce, gridando “mi ha pizzicato una medusa!”, dando la colpa a quell’ammasso lattiginoso. In realtà è lui che si è fatto pizzicare perché ci è andato contro. Il leone ti uccide per mangiarti, non perché è cattivo. Il cobra ti morde quando si sente in pericolo. Il loro è un meccanismo di autodifesa. La natura non è cattiva e contiene in sé il veleno e l’antidoto. Più ci allontaniamo dal mondo naturale, più diventiamo vulnerabili. Ma per il veleno creato dalla mano dell’uomo, cioè quello chimico-sintetico, inquinamento delle terre, dell’acqua e dell’aria non c’è antidoto che tenga perché per un corpo naturale questo è solo veleno. La cattiveria è prerogativa dell’uomo, non della natura. Non ci sarà una fine ma un cambiamento. La gente ha capito che il pericolo ci cammina di fianco. La puzza della morte li ha allontanati dalla quotidianità provocando uno shock addizionale che trasformerà la società che oggi conosciamo. Dobbiamo tornare ad una vita in simbiosi con la natura perché più distruggiamo la natura più distruggiamo noi stessi; e se anche tutti gli uomini si autodistruggeranno con i loro artifici, la Terra continuerà a girare».

Che ruolo può avere, oggi, in questo momento, un artista: intrattenere comunque il pubblico usando i mezzi a disposizione, oppure cercare di elaborare questi giorni provando di conseguenza a dare – tramite l’arte – una chiave di lettura?

«Entrambi. Per quanto mi riguarda il mio intrattenimento equivale a combattimento. Questa è stata sempre la mia attitudine, come rapper militante mi sono sempre impegnato, i miei concerti sono un modo per stare vicino alla gente e supportare iniziative, politiche e sociali. Per me l’artista è quello capace di cogliere in anticipo segnali e sensazioni di ciò che sarà per poi buttarli nell’opera. Già nel 2017 in “Resistere tra i resti”, in alcuni brani, avevo visualizzato ciò che ora sta accadendo. Ora l’“artista” sta raccogliendo gli strumenti cosmici per immaginare il dopo, ciò che sarà… il futuro. Non so se prevarranno più l’intelletto e la solidarietà o l’istinto animale di sopravvivenza perché come si dice “l’arte finisce dove inizia il buffet”. L’intrattenimento serve a distrarci, ma in questo caso bisogna rimanere lucidi, connessi sia con gli altri che con noi stessi».

Da cittadino, invece, come stai vivendo questo momento così particolare e carico di tensioni?

«Io è quarant’anni che sto in quarantena, esco solo per i concerti (miei) – risata. Pratico yoga da 17 anni e sono operatore shiatsu: questo mi ha aiutato molto, come allenamento spirituale, fisico e di servizio verso il prossimo. E poi cucino. L’unica mia preoccupazione riguarda i miei figli se immagino il tipo di società in cui si preparano a vivere, forse più distante forse più asettica… ma questo sarà il loro nuovo mondo».

Chiusi in casa, e talvolta in una condizione di solitudine terribile, cosa può avvicinarci alla felicità?

«Del mondo dell’illusione fa parte la speranza perché il futuro non lo conosce nessuno, l’unica cosa che conosciamo sono il passato e il presente. A volte meglio una solitudine terribile che una moltitudine infelice, per questo motivo dobbiamo trovare la felicità soli con noi stessi. Questo periodo è l’occasione per guardarci dentro e trovare la grotta della felicità in qualche parte nel nostro buio. E mentre lo fai… ridi di te!»

C’è un disco (non tuo) che secondo te potrebbe accompagnare queste strane giornate?

«Non riesco a dirti uno specifico lavoro perché la colonna sonora di questi giorni non può che seguire i nostri umori. Oggi più che mai il bpm si avvicina al nostro bioritmo, passando da una samba brasiliana a un Requiem di Mozart».

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