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JULIELLE «Non mi dispiace che i miei testi siano un po' celati al primo ascolto»

(A)cross“, il suo primo ep, ci è piaciuto tantissimo. Perché l’atmosfera che riesce a creare Julielle con la sua musica è una magia che ruota attorno alla sua capacità di tenere incollato l’ascoltatore con la sua voce.

L’Ep ha un’atmosfera che rimanda al trip hop: è una suggestione forte che ha ispirato le tue canzoni? Tu sei un’appassionata di questo genere?

julielle«Diciamo che non c’è un solo genere a cui sono particolarmente appassionata. Sicuramente tra i miei ascolti c’è molto della scena trip hop di Bristol dei fine Anni 90, ad esempio i Portishead. Beth Gibbons è una delle mie artiste preferite al mondo, amo la sua capacità espressiva erotica e sofferente allo stesso tempo. Sullo stesso piano ci sono anche i Massive Attack e i Morcheeba».

“Ether” è forse la traccia più intima del disco: com’è nata?

«”Ether” è la canzone più dolce che abbia mai scritto. Ricordo che un pomeriggio ricevetti un messaggio da parte di una mia amica nel quale mi diceva di aspettare un bambino. Poco dopo mi misi al pianoforte e suonai qualcosa di molto simile ad una ninna nanna. Mentre mi chiedevo cosa si potesse dire ad un bambino appena nato. Da qui è partito un testo in cui parlo di paure in veste di serpenti (che sono la mia più grande paura e al contempo l’animale che più mi affascina) e di sincerità in veste di occhi. E poi “don’t worry about”, come carezza».

Le tue canzoni hanno un taglio internazionale, che rapporto hai invece con l’italiano?

«Molta gente crede che lo scrivere in inglese voglia dire aver avuto ascolti prettamente esteri. No. Con l’italiano non ho un cattivo rapporto. Sicuramente ho un rapporto… antiquato. Amo menti come Tenco, Piero Ciampi, Mogol o Mina. Questo non esclude che ci siano artisti validi tutt’ora (ad esempio sono completamente innamorata di Venerus). Altra convinzione che io trovo sbagliata è considerare che l’inglese sia una scelta comoda, non credo sia questo. Credo che sentirsi “compresi” in una lingua non sia un fattore di terra natìa, quanto una questione di naturalezza nell’espressione. Anche se ad essere completamente sincera, non mi dispiace che i miei testi siano un po’ celati al primo ascolto; questo mi fa sentire meno nuda. Con ciò, però, non escludo che un giorno possa iniziare a scrivere in italiano».

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