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LIVIO CORI «L'idea che io sia Liberato ha prodotto tante cose assurde»

Livio Cori – opinione nostra, da sempre – non è Liberato. Ma a sensazione, fino a quando Liberato non mostrerà il volto (o i volti, se lo immaginiamo come un progetto con più teste pensanti coinvolte), il dubbio che Livio ne faccia parte, in qualche modo, è destinato a restare.

«Ecco perché ho organizzato un evento proprio in contemporanea con il live romano di Liberato del 22 giugno».

Una prova di fatto?

«Più che una prova, la risposta a chi – maliziosamente e scherzosamente – nei mesi scorsi mi ha sempre chiesto: “Ma tu, il 22 giugno, dove starai? Perché non fai una diretta social?”. A me le dirette social non piacciono granché, non sono uno che viene da “Uomini & Donne”, io amo il palco, e allora proprio all’ultimo abbiamo deciso di organizzare un concerto intimo a Napoli, una serata di musica per sfatare – sorride – un mito».

Basterà?

«Non lo so, magari c’è chi continuerà comunque a pensare che io sia parte di quel progetto, e in una certa misura mi onora questo pensiero, perché significa che qualcuno si è proprio affezionato a questa suggestione».

Ma a te piace Liberato?

«Ho sempre espresso il mio parere positivo per il lavoro che fanno, e mi riferisco a Francesco Lettieri alla regia, a chi canta, a chi progetta i visual per le esibizioni dal vivo. E’ un progetto interessante, che piace; poi quando si parla di Napoli sono sempre un supporter delle cose “Made in Napoli”, soprattutto se sono fatte bene come in questo caso».

Sai che il guaio grosso è nato dalla giacca che hai indossato al Festival con la toppa rossa che poi ha ricordato una grafica del disco di Liberato?

«Per la verità di indizi ne hanno tirati fuori un sacco dal 2017, ma la giacca è stata veramente la cosa più assurda di tutte, una roba tremenda».

Peggiore anche del collage fra il tuo nome e quello di altri tuoi due amici, e che faceva venir fuori la parola “Liberato”?

«Quella è la più ridicola, perché ha coinvolto due miei amici che manco fanno musica, uno è un dj. Comunque sono due anni che ci si aggrappa a tutto pur di avvalorare la tesi che Liberato sia io, e questo ha prodotto delle idee veramente assurde».

Quindi chi è Liberato, Livio?

«E’ un artista furbo, che ha preso molto dal classico napoletano, dal miscuglio di linguaggi tanto caro a un certo cantautorato locale, ad esempio Pino Daniele è stato uno dei più grandi della nostra cultura musicale e ha mescolato le lingue anche grazie alle sue influenze che arrivavano da Oltreoceano».

All’ultimo Festival di Sanremo, dov’eri con Nino D’Angelo. qualche tuo collega ti ha chiesto informazioni su Liberato?

«No, al massimo erano prese in giro come quelle che era solito farmi Briga, ma nulla di particolare. Diciamo che qualche artista – penso ai Boomdabash – era interessato più che altro ad avere spoiler sulla serie “Gomorra” dove recito».

A proposito, perché la serie è criticata anche da alcuni napoletani? E’ davvero diseducativa?

«Ci sono varie correnti di pensiero riguardo a “Gomorra”, e non soltanto a Napoli. Io penso che a fare la differenza sia sempre l’educazione delle persone, e dei giovani in particolare. “Gomorra” non è una serie per tutti, ma anche robe come “Narcos” o “Il Padrino” non sono per tutti, e i genitori devono fare da filtro tra certi prodotti e i loro figli, ecco perché pochi istanti fa battevo il tasto sulla questione dell’educazione. Il gangster affascina sempre, ora con i social se ne parla di più. “Gomorra” tratta temi delicati, con realismo, ma pensare che la criminalità a Napoli sia legata alla serie è una sciocchezza. Insomma, è un prodotto di qualità che va osservato dai più giovani con mente critica».

Al momento ti muovi con disinvoltura fra il set di “Gomorra” e la musica. Ma fra 10 anni dove ti vedi?

«Su un palco. Non escludo di continuare anche nel mondo cinematografico, ma il mio ambito naturale è quello musicale. Io non mi considero un attore, non faccio parte di quel mondo lì, perché ci sono professionisti ben più bravi di me…».

Beh, fossi stato però un cane come attore ti avrebbero fatto uccidere dopo due puntate di “Gomorra”, non trovi?

«Mi è andata bene, dai – sorride. Battute a parte, ragazzi come me, che non hanno fatto la scuola di cinema, ma che vengono da quartieri complicati, hanno acquisito… sul campo alcune nozioni che poi in una serie molto realistica come “Gomorra” sono importanti. Insomma, io non recito sul set, porto una realtà che ho visto da vicino, senza nulla togliere al cast principale che fa uno studio sui personaggi che è veramente da applausi. Diciamo che nei ruoli minori – sorride – si risparmia sullo studio del personaggio perché lo scouting viene effettuato già in quartieri dove vivono ragazzi che con certe logiche, con certe parlate e certe movenze ci sono cresciuti».

Torniamo a Sanremo. Come ci sei finito su quel palco?

«E’ stata tutta colpa di Nino (D’Angelo, ndr): il pezzo doveva restare sul disco, Nino poi in studio si è fatto prendere dall’entusiasmo, si è innamorato del brano e ha iniziato a dire “…dobbiamo portarlo a Sanremo“. E io: “Dove?!”. Non ci avevo mai pensato. Alla fine ci abbiamo provato e quell’idea nata in studio è diventa realtà».

Che esperienza è stata?

«Incredibile, che mi ha formato e dato tanto».

Al Festival ci si va soltanto una volta nella vita?

«No, direi di no. Se trovi la tua dimensione e capisci come salire su quel placo, cioè con la tua personalità, allora non ci vedo nulla di male nel bissare l’esperienza, anche perché parliamo di un  palco che ti dà un’energia incredibile ed è legato a doppio filo alla tradizione italiana, e io ci tengo parecchio a conservare le belle tradizioni del nostro Paese. Inoltre Sanremo credo che sia l’ultima realtà musicale televisiva di un certo spessore in Italia».

Ci sono anche i Talent…

«No, quelli non mi piacciono proprio, non voglio aizzare polemiche, ma è un format che non ha mai trovato i miei favori. I Talent li ho sempre visti come un contenitore tritacarne dei sogni: lì ci vai con grandi obiettivi, ma tutto ruota attorno alla riuscita del programma, il resto è contorno utile all’obiettivo primario, che è fare show».

Non faresti neppure da giudice?

«L’arte è una forma di espressione soggettiva. Giudicare alla veloce un ragazzo che va lì e si apre totalmente, mi sembra una cosa un po’ troppo forte. E poi a me piace sempre il giudizio del pubblico più che delle giurie».

Chiudiamo con Napoli. Che rapporti hai, oggi, con la città?

«Odio e amore. Adesso mi sta riconoscendo qualcosa, ma come tanti napoletani sono dovuto emigrare anche io, per un po’ di tempo, a Milano per diffondere la mia proposta. Anche se poi quando sono tornato a casa molte cose si sono messe in moto e c’è stata una svolta nella mia carriera artistica, ad esempio il mio ultimo disco, “Montecalvario (Core Senza Paura)“, è nato principalmente a Napoli, che è una città magica, ma bisogna sudare tanto per ottenere riscontri».

Tornare a Napoli cosa ti ha fatto riscoprire?

«Beh, ho riscoperto la città. Sembra una sciocchezza, ma non lo è: quando ti allontani da una città che sta dentro l’anima, poi quando ci ritorni ti mostra tutto quello che già conoscevi ma che in una certa misura ti sei perso nel periodo in cui sei stato via. Napoli è una città che continua a ispirarmi e a darmi emozioni fortissime. Ad esempio, c’è una cosa che proprio non riesco a smettere di fare, cioè andare sul lungomare e fissare il panorama col Vesuvio sullo sfondo: ogni volta che lo faccio, in pratica tutti i giorni, è sempre la stessa emozione, perché è un paesaggio unico, e nonostante abbia viaggiato molto in vita mia, nessun panorama mi emoziona come quello».

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