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MATTEO DE SIMONE «#iorestoacasa non è lo stesso per chi vive in una mansarda da 25 mq...»

In attesa di capire quando torneremo a una normalità minimamente accettabile, proseguiamo il nostro percorso in queste giornate strane raccogliendo le opinioni di chi – per mestiere ma non solo – ha sempre mostrato sensibilità nel trattare i nostri tempi. Dopo Renato Garbo e Fabio Cinti, oggi abbiamo chiesto a Matteo De Simone (autore per i Nadàr Solo e non soltanto) di aiutarci a capire il momento che stiamo vivendo.

Continua la quarantena e probabilmente andrà ancora avanti. Pensi che questa situazione e questo riscoprirci terribilmente vulnerabile davanti a un nemico invisibile possano portare – alla fine – a qualcosa di nuovo, a una presa di coscienza (dei singoli) diversa rispetto al passato?  

«Non è facile dirlo. Sicuramente stiamo vivendo un momento senza precedenti per la nostra generazione. Non so se ancora ci siamo davvero resi conto con quanta facilità il Coronavirus ci abbia portati a rinunciare alle nostre libertà fondamentali. Naturalmente in questo momento non c’è altro da fare se non rispettare le restrizioni, ma volendo spingersi un po’ in là con l’immaginazione, non è difficile scorgere scenari politicamente inquietanti. Del resto siamo vulnerabili come non lo siamo mai stati prima, impauriti e sulla difensiva e in un contesto democratico tutto questo non può non destare allarme. Ma non voglio spingermi oltre con le congetture, preferisco limitarmi a una riflessione più leggera: per la prima volta stiamo sperimentando quanto internet sia importante e insufficiente al tempo stesso».

Spiegati meglio…

«Per la prima volta siamo di fronte alla negazione della socialità fisica in termini molto più estremi di quanto non sia accaduto fino ad ora. Siamo letteralmente costretti a usare solo il web per comunicare e sfido chiunque a dire, tolto qualche sociopatico, che gli piaccia così. Di fatto, seppure con ottime ragioni, per la prima volta non siamo liberi di spostarci, di organizzare un viaggio, di fare quattro chiacchiere davanti a un bicchiere di vino, di andare a un concerto. Per le strade semideserte ci spostiamo per evitare il contatto e non ci salutiamo nemmeno. Le mascherine ci depersonalizzano. Non discuto la bontà dei provvedimenti, ma è senz’altro traumatico. Abbiamo vissuto gli ultimi quindici anni in un crescendo di dipendenza di massa dai social, ma in fondo abbiamo sempre continuato a uscire, a incontrarci, a cenare fuori con gli amici, a scambiare due parole sul tram, al bar, in coda alle poste».

E adesso?

«Ora fino a nuovo ordine non ci restano che zoom, skype, whatsapp, e un via vai incessante di dirette facebook, instagram, tik tok. Dopo una settimana di segregazione, ho la nausea del web come mai prima. Fino ad ora il web era stato uno strumento in più sovrapposto alla realtà fisica. Adesso è l’unico strumento disponibile per conservare i rapporti. Se mi chiedi di pensare a una presa di coscienza, credo o mi auguro che quando questo incubo sarà finito, riesploderà in reazione la nostra voglia di rapporti fisici, non mediati».

Che ruolo può avere, oggi, in questo momento, un artista: intrattenere comunque il pubblico usando i mezzi a disposizione, oppure cercare di elaborare questi giorni provando di conseguenza a dare – tramite l’arte – una chiave di lettura?

«Per quanto mi riguarda l’artista non ha doveri. In molti stanno utilizzando le dirette sui social per essere presenti e regalare momenti piacevoli e lo trovo positivo, ma oggi i social mettono in condizione chiunque di esprimersi e dare una chiave di lettura e questo rende gli artisti assai meno speciali. Gli artisti del resto sono persone, magari particolarmente sensibili e talentuosi nel raccontare il proprio tempo, ma per trasferire i momenti storici nelle narrazioni poetiche ci vuole comunque un po’ di prospettiva. Forse tra un anno o due, sperando che ci saremo lasciati alle spalle tutto questo, qualcuno saprà raccontarci davvero che cosa è successo».

Da cittadino, invece, come stai vivendo questo momento così particolare e carico di tensioni? 

«Sinceramente non bene. Provo un forte senso di claustrofobia. Il solo pensiero di non poter decidere come muovermi o che cosa intraprendere o chi vedere, incontrare, toccare, mi demotiva e mi frustra. Di nuovo, non voglio essere frainteso: trovo giuste le disposizioni del governo, ma se guardo avanti, il prezzo da pagare rischia di essere più salato della pandemia stessa. Parliamo tanto del disastro economico a cui andiamo incontro (e ci mancherebbe) ma non stiamo ancora considerando a sufficienza gli effetti psicologici di questa clausura forzata di massa. Ci sono persone che vivono in spazi ristretti o in quartieri lontani dai servizi, altre che vivono situazioni famigliari difficili che non potranno che esasperarsi in questo contesto di convivenza forzata. #iorestoacasa non è lo stesso per chi vive in un attico con terrazza da 100mq e per chi vive in una mansarda da 25 mq. In più internet, come dicevo, non basta a colmare il vuoto di giornate vissute da reclusi, senza prospettive sane. Poco a poco, settimana dopo settimana, temo che il grande problema diventerà la tenuta psicologica delle persone. Quanto saremo in grado di resistere in queste condizioni?».

Che sensazioni ti dà vedere la tua Torino deserta?

«Un senso di inquietudine, tristezza e sconforto. Le città deserte sono affascinanti solo a notte fonda e ad agosto».

Chiusi in casa, e talvolta in una condizione di solitudine terribile, cosa può avvicinarci alla felicità?

«Un bicchiere di vino, le persone giuste con cui berlo. Il pensiero che in ogni caso gli esseri umani si adattano in fretta. Sono comunque ottimista e credo che in un modo o in un altro saremo capaci di reagire, a prescindere dalla durata di questo incubo».

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