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MAXI B «Io voglio fare musica che emoziona, che faccia discutere, che sia vera»

Avete presente quei discorsi che prendono curve larghe, larghissime e finiscono poi per planare sui facili luoghi comuni? Ecco, Maxi B non è adatto a quei discorsi, è distante anni luce dalla retorica, dal “dire per non dire”, dal “vorrei parlare ma non farmi parlare”. Insomma, è distante dalle posizioni comode. Il suo ultimo disco – “Maledetto” – può piacere o non piacere, ma è un disco vero, genuino, usato per metabolizzare amarezze e incazzature, ma anche per parlare chiaramente, senza nascondersi dietro cazzate o segreti.

Partiamo dal tuo modo di scrivere. Mi piace molto quando il tono delle tue liriche si fa… confidenziale. 

«Le liriche “confidenziali” sono la dimensione del rap che preferisco, anche se in questo album avevo cose più urgenti e pressanti da tirare fuori, che vista la loro natura, sono diventate canzoni di “sfogo”. Crude. A volte colme di tensione. Non mancano comunque episodi confidenziali come in “Senza di me”, “L’amore inutile” o la mia preferita del disco, “Confidenze”».

Ascoltando alcuni tuoi pezzi, sembra quasi che tu tenga un diario e poi alcune pagine arrivino a diventare canzoni. Hai mai tenuto un diario?

«Non tengo un diario nel senso classico, ma scrivo regolarmente racconti brevi che poi spesso diventano canzoni. “Confidenze” è una di queste. La scrittura, non solo quella rap, è la mia fonte primaria di sostentamento. Sia spirituale che monetario. Ho dei libri già finiti. Molto diversi tra loro. Come i miei dischi, non seguono uno schema ma sono dettati dalle esperienze vissute prima di iniziare la fase di scrittura».

Qual è stata la scintilla per “Maledetto”?

«“Maledetto” non poteva che essere concepito in questo modo. La delusione, sia umana che professionale che alcuni personaggi mi hanno trasmesso, non potevo tenerla per me. Per quanto mi riguarda il rap è prima di tutto comunicazione. Soprattutto quando si tratta di emozioni».

Adesso “Ciccione” non lo sono più. Ma in realtà, lo resterò per sempre. Perché io so come ci si sente. Conosco la fatica che si fa. Anche solo ad allacciarsi le scarpe, a trovare dei vestiti che ti piacciono

In un brano parli di quando ti davano del “Ciccione”. Certe cattiverie ti sono servite per crescere? E quanto ci hai sofferto onestamente?

«Io mangiavo per compensare lo stress. Era la mia droga. Quando nei commenti dei miei video mi davano del “Ciccione”, all’inizio me la prendevo ma poi ho riflettuto bene sulla cosa. E ho notato questo: nessuno scriveva che il mio rap faceva schifo o che non sapessi rappare bene, no, mi davano solo del “Ciccione”. Sul rap nessuno mi attaccava. Il mio aspetto fisico era l’unica cosa su cui potevano aggrapparsi. La cosa mi ha ferito, certo, ma mi ha reso più forte. Tanto che ho perso 35 chili e mi sono messo in forma».

Grazie a chi?

«Prima di tutto grazie a mio figlio, che a 6 anni ha trovato le parole giuste per farmi capire che mi stavo perdendo i suoi, e i miei anni migliori, e poi la mia donna e le persone a cui voglio bene. Adesso “Ciccione” non lo sono più. Ma in realtà, lo resterò per sempre. Perché io so come ci si sente. Conosco la fatica che si fa. Anche solo ad allacciarsi le scarpe, a trovare dei vestiti che ti piacciono, a fare una rampa di scale o semplicemente le difficoltà che ci sono a giocare con il proprio figlio sul tappeto. So com’è difficile farsi accettare dagli altri. Qualcuno ci riesce e io li ammiro. Resterò “Ciccione” anche se magro perché ho imparato a rispettare le debolezze degli altri. Parlando di rap, un “Ciccione” può dimagrire, ma se ti mancano il flow e lo stile, lì sei fottuto. Io ero solo “Ciccione”».

Dall’America abbiamo copiato tutto, in fatto di rap, tranne la passione per i dissing. E’ perché si è tutti amici nell’ambiente o forse perché in Italia è sempre più facile lanciare il sasso e nascondere la mano?

«Qui bisogna fare due chiare distinzioni. Primo. I rapper tendono a nascondere i dissing dietro a frasi più o meno velate. Il dico e non dico va per la maggiore. Mai che esca un nome. Aggiungo “che due palle”. Perché da noi esporsi non va bene. Hanno paura di bruciarsi delle possibilità in futuro. Ma sai quanti sorrisini che si fanno in pubblico e poi alle spalle si sparlano come pettegole? Peggio delle lavandaie. E non parlo per sentito dire. A fare gli spocchiosi sono buoni tutti ma poi la realtà delle cose è che la maggior parte si batte per le briciole».

Secondo…

«Secondo. I fans. Loro invece vedono dissing ovunque. Pur di scovare uno scazzo se li inventano. Ti faccio un mio esempio. Nel mio mixtape “Cattivo” scrissi un pezzo dal titolo “Conoscente” che per il ritornello campionava delle frasi di Emis Killa con il quale vado d’accordissimo (facemmo anche delle date insieme anni fa). Su YouTube qualcuno ha messo la canzone con scritto “”Conoscente” diss a Killa”. Non ti dico che storie che si sono tirati. Mesi dopo io e Killa ci scrivemmo tramite Skype e ci facemmo un sacco di risate su questa cosa. Nel mio disco fraintendimenti non ci sono…».

La mia esperienza con l’etichetta di Fabri Fibra? Lui purtroppo vede fantasmi ovunque e forse ha creduto che anche io fossi uno di quelli. Peccato

Dell’esperienza con l’etichetta di Fabri Fibra mi piacerebbe avere da te un ricordo positivo e uno negativo.

«Ricordi positivi sono le chiacchierate che abbiamo fatto. Ci conosciamo da molto tempo. Certi confronti sono stati interessanti. Lui purtroppo vede fantasmi ovunque e forse ha creduto che anche io fossi uno di quelli. Peccato. I ricordi negativi sono le latitanze quando avevo bisogno. Le mail senza risposta. Il disco che non veniva spinto per niente. Su tutti però, metterei la frase che mi disse nel suo nuovo studio: “Io ora voglio produrre solo cose come Moreno. So che fanno schifo ma mi fanno fare i soldi”. Io faccio altro. Robe così non mi appartengono. E ti garantisco che i soldi non mi fanno schifo, anzi».

Prosegui, mi interessa…

«In Italia se fai i nomi pensano che è per avere visibilità. Ma se era questo che volevo secondo te mollavo uno come Fabri? Io voglio fare musica che emoziona, che faccia discutere, che sia vera. In Italia certi fans hanno la testa così dentro al culo dei loro idoli che si bevono tutte le stronzate che dicono e che fanno (scusate la finezza). Tutti sbagliano, nessuno è perfetto (io per primo). E quando lo faccio non mi nascondo dietro a mille scuse, ma ho il coraggio di chiedere scusa. In questo disco mi espongo come dovrebbero fare tutti i rapper e pseudo tali. Io nel disco faccio i nomi perché non ho nulla da nascondere e da temere. Anche perché non giudico mai le persone ma quello che rappresentano e le loro scelte. Lo faccio anche con me stesso. Ecco perché ho scritto “Maledetto” guardandomi allo specchio».

A 40 anni il rap cos’è? Uno stile di vita, un sogno, un’illusione?

«E’ la mia pelle. E’ uno dei modi più belli che io conosca per restare in equilibrio tra la follia (che non mi abbandona mai) e l’amore (che non abbandono mai)».

Sei nell’ambiente da più di 15 anni. Come e quanto è cambiato il rap in Italia in questi tre lustri?

«E’ cambiato tanto. Vuol dire che le cose vanno avanti. Non sempre in meglio ma almeno si muovono. Io non sono uno di quelli nostalgici. I nuovi vanno supportati, soprattutto quando hanno cose da dire e con uno stile tutto loro. Alcune cose sono sfacciate imitazioni di quello che arriva da fuori. Le cose vanno velocissime e come escono vengono dimenticate. Poi c’è il lato dell’immagine. Oggi sono tutti vincenti. Tutti. Mi piacerebbe andare a casa loro e vedere davvero come stanno le cose…».

Il tuo percorso è curioso: sei stato diverse volte vicino alla definitiva consacrazione ma è come se fosse sempre mancato qualcosa. Hai delle critiche da farti in questo senso?

«Mille critiche. La prima è quella di aver cercato la consacrazione. Cosa che ora non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Pensa che lavoro in radio (Radio3i in Svizzera) e ho fatto il mio disco più crudo di sempre. Il disco sbagliato nel momento sbagliato dell’artista sbagliato. Più… maledetto di così. Non sono nato per essere una pop star. Io sono un Mc. Mi piace scrivere rime e guardare in faccia la gente quando rappo».

C’è dell’altro?

«Un’altra considerazione è che sono troppo buono e per niente paraculo. Se non lecchi culi non vai avanti. Se non fingi i sorrisini di cui accennavo sopra non vai da nessuna parte. Ora vedo tutto più lucidamente e vedo quanto sia piccola questa cosa del rap italiano. Bellissima, ma ancora troppo immatura. E’ un circolo ancora troppo ristretto mentalmente».

Il rap che vende attualmente ha quasi sempre dei ritornelli molto pop. E’ questa la chiave per il successo perché è questo ciò che vuole il pubblico attualmente?

«Non solo i ritornelli sono pop, ma anche le produzioni. Fatte da paura, sia chiaro. Ma molto pop. Mixate in modo pop. L’immagine è pop. L’attitudine è pop. Quello che mi dispiace è che chi sta in classifica in qualche modo, volente o nolente, non è riuscito ad imporre il rap, ma si è adeguato. A vederli mi ricordano le boyband degli Anni Novanta. Non mi permetto di dire se sia giusto o sbagliato, però posso dirti che non ascolto quel tipo di sound. Se pop deve essere, voglio Pharrell. Qualcuno dice che se vendi e sei in classifica esisti, altrimenti no. Chi lo sa. Forse è cosi. Per quanto mi riguarda esisto eccome, e non ho fatto un disco per le classifiche. Vedi le cose come sono strane a volte?».

Dalla vittoria di Moreno ad “Amici” sino alla partecipazione di Nesli all’ultimo Sanremo o di Rocco Hunt a quello scorso, sembra che il rap sia ormai diventato imprescindibile in tv. Ti chiedo se è un bene per il rap e ti chiedo un giudizio sui nomi appena citati.

«Certo che è imprescindibile. Maria De Filippi ci ha visto lungo. Fabri, Fedez, J-Ax pure. Se la grana vuoi fare i Talent sono il posto in cui devi stare. E si parla di parecchia grana. L’unica differenza è che Fabri non ci si è immerso di persona ma ha “sfruttato” Moreno. Le ospitate poi sono un’altra cosa, sia chiaro. Ultimamente ho visto in rete l’esibizione di Marracash ad “Amici”, dove ha portato un pezzo degno di nota e non la solita pippa. Mi è piaciuto. Una scelta che ha messo in primo piano l’arte, in un posto dove spesso latita».

Torniano ai nomi…

«Rocco Hunt mi piace parecchio. Già i primi album autoprodotti promettevano bene. E poi il rap di Napoli e del sud in generale mi piace molto. Senza dimenticare che nel suo rooster ha uno come Chief che di rap ne sa davvero tanto. Con Nesli eravamo amici. Tanto amici. Spesso ho mangiato al suo tavolo con la sua famiglia e mi spiace non sentirlo più. A livello umano parlo. Feci un featuring nel suo disco “Home”. Grande giornata quella a Senigallia. Musicalmente è cambiato molto. Non lo ascolto sinceramente, ma aver scritto “La Fine” lo pone molto in alto come autore. Moreno non lo conosco personalmente. Mi dà la sensazione di uno che ha preso la palla al balzo e si è buttato a canestro ma senza aprire gli occhi. All’età sua è capibile. Quello che non mi piace per niente sono i suoi dischi, scritti male (da quello che ho capito non solo per colpa sua) e rappati peggio. Peccato perché poteva essere uno anche bravo, considerando le doti di freestyler».

In “Senza di me” parli anche di tuo figlio. Posso chiederti se secondo te questo è un buon momento storico per mettere al mondo figli?

«E’ sempre un buon momento. Mai conosciuto un amore più forte. “Morirei per te” lo puoi dire solamente per un figlio. Se ora sono così tranquillo e sereno lo devo a lui».

Quali sono i rapper che in questo momento stanno portando qualcosa di nuovo alla scena italiana?

«Non so se stanno portando qualcosa di nuovo ma mi piacciono molto Mecna, Ghemon (che è ospite nel mio disco “Maledetto”), E-Green e Johnny Marsiglia».

Cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto il rap?

«Il rap mi ha dato le basi per fare tutti i miei lavori (che poi lavori lo sono solo perché mi danno da vivere ma in realtà sono passioni): come la scrittura, il lavorare in radio come speaker e come presentatore. Mi ha dato la possibilità di viaggiare e di conoscere molta gente. Ma in primis mi ha messo alla prova e mi ha permesso di conoscermi ogni giorno più a fondo. Mi ha fatto accettare molte debolezze che ho».

E cosa ti ha tolto?

«Mi ha tolto tanto sonno, per fortuna mi bastano 4/5 ore a notte. Mi ha tolto qualche amico, ma forse amici non erano…».

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