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Foto di Manuel Grazia

VOODOO KID «Mi sento cambiato da quando riesco ad aprirmi e parlare dei miei problemi con qualcuno»

A noi piace un sacco scommettere. Ecco perché abbiamo scelto di pubblicare questa intervista a Voodoo Kid, perché il suo pop è un’alchimia che può avere successo a stretto giro (un successo da largo pubblico, scommettiamo?), e perché dietro il suo progetto c’è una persona e non un personaggio.

Ripercorrendo le tue uscite in questi anni, la sensazione resta sempre la stessa, cioè che ti piaccia un sacco giocare con il pop, la melodia, piegare l’orecchiabilità dandole forme personalissime. Questa passione che radici ha? E che musica ascoltavi da bambino?

«Ho sempre ascoltato musica diversa rispetto ai miei coetanei. Forse ero più avanti rispetto a loro, forse ero più indietro, fatto sta che sono cresciuto con gusti ed ascolti diversi rispetto a quelli dei miei amici o dei miei compagni di classe. Non ho mai ascoltato musica italiana e sono cresciuto con il pop britannico ed inglese, quello con un approccio più rock, punk e metal fino ad arrivare all’elettronica, l’house, l’hip hop e l’r&b».

Nel nuovo singolo (“Alice 02”) c’è un passaggio melodico che ricorda tantissimo “Acqua e Sapone” degli Stadio. E’ una fascinazione casuale oppure ti senti legato alla scena pop italiana degli Anni Ottanta?

«La canzone in realtà prende spunto dalle sonorità di 070 Shake, The Weeknd, Justin Bieber e più in generale dall’ondata Anni ‘80, ma ora che mi dici che ricorda “Acqua e Sapone” andrò indubbiamente a risentirla».

“Alice 02” e “Buco nero” sembrano le due facce della stessa medaglia. Tu ci vedi assonanze fra i due brani, oltre al rimando a Lewis Carroll: “Alice 02” come l’Alice della sua storia, il “Buco nero” come la tana del bianconiglio? 

«Bel parallelismo! In qualche modo nella mia musica tutto è sempre collegato, un po’ perché parte tutto da me, dalle mie esperienze e da ciò che negli anni mi ha smosso tanto da volerlo raccontare. Un po’ perché per me la musica, soprattutto quando fatta uscire a poca distanza di tempo, assomiglia a un viaggio unico vissuto di release in release».

Negli ultimi anni Sanremo ha premiato molte proposte fuori dagli schemi e l’Eurovision è diventato un evento familiare qui in Italia. Ti sei mai immaginato in certi contesti? Pensi che – come la storiella dell’abito e del monaco – anche un palco piuttosto che un altro, possano fare/lanciare un artista?

«Sicuramente la visibilità che danno contesti come Sanremo o l’Eurovision aiuta moltissimo i progetti che ci vanno, permettendo loro di spiccare il volo. Una volta forse ti avrei detto che non mi interesserebbe farne parte, ma ad oggi che sono più maturo e mi interesso anche un po’ di più di ciò che mi circonda, ho capito che la musica e l’essere famosi non aiuta solamente te e i tuoi sogni, ma aiuta anche chi potrebbe identificarsi in te a sentirsi migliore o addirittura accettarsi sotto svariati punti di vista. Mi piacerebbe aiutare chi ascolta i miei pezzi a capirsi, apprezzarsi e sentirsi abbastanza. Anche se non ne parlo apertamente nei miei testi, sono tutte cose che ho molto a cuore ed a cui tengo, specialmente nell’ultimo periodo in cui ho avuto modo e tempo per guardarmi dentro e pormi certe domande. Forse inconsciamente in passato ho avuto anche io qualche artista che mi ha aiutato in particolar modo a risolvere i miei problemi ed alleggerire le mie ansie senza che manco me ne rendessi conto. Mi sentirei estremamente felice di sapere che, anche per una sola persona che ascolta la mia musica, io potrei essere questa “figura di riferimento”».

Come hai vissuto gli ultimi due anni di emergenza sanitaria? La tua quotidianità è cambiata? Ti senti cambiato da questi eventi, e mi riferisco anche alla recente guerra?

«Malissimo, sarò sincero! Come dicevo prima, ho avuto modo di guardarmi dentro, non potendo andare fuori. Quando ti trovi faccia a faccia con un problema irrisolto e non hai nessun posto dove nasconderti o scappare, non ti resta che affrontarlo. Ho iniziato un percorso di terapia, questo è stato il mio grande passo avanti della quarantena. Mi sento cambiato da quando riesco ad aprirmi e parlare dei miei problemi con qualcuno; mi sento cresciuto e pronto a scrivere anche di quello che sentivo. Anche la guerra ha influito a suo modo su ciò che scrivo, è stata una botta non indifferente».

A differenza di qualche anno fa, oggi parli di te stesso al maschile e la tua musica sembra rispecchiare questo cambio di prospettiva. Come hai maturato questa nuova consapevolezza?

«Ho sempre scritto al maschile, in realtà. Era forse il mio modo di evadere ed uscire da qualcosa che non riuscivo ad accettare di me perché probabilmente non ero ancora abbastanza maturo per capire che se ti senti diverso rispetto agli altri e non conforme alle etichette predefinite e preconfezionate dalla società, non devi avere paura di nulla. Mi ci è voluto tempo per fare questo passo. Non è stata una cosa semplice per me. La terapia mi ha aiutato molto e adesso sono meno rigido verso ciò che sono, il mio corpo e ciò che mi circonda».

La tua generazione è spesso criticata per un approccio un po’ distaccato alla politica. Tu stai seguendo gli sviluppi di questi giorni circa la caduta del governo, oppure certi temi sono distanti da te anni luce e ti appassionano zero?

«Perderesti il tuo tempo a guardare pascolare le pecore se non fossi un pastore?

Non mi ha mai appassionato la politica odierna, anche se sono consapevole del fatto che è sempre bene informarsi su tutto ciò che ti circonda e che può influire sulla tua vita. È più forte di me, non riesco a non arrabbiarmi vedendo certe cose e siccome non voglio vivere col sangue amaro, lo faccio selettivamente. Tratto temi che mi coinvolgono e mi riguardano in modo più diretto, ovvero quelli della comunità LGBTQI+ e dell’ambiente. Cerco di fare informazione anche su ambiti più delicati, parlando del mio problema con la depressione, ma la politica proprio non è cosa mia».

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