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IL PRIMO RE Matteo Rovere

"Il Primo Re" è la dimostrazione che, anche sui temi di casa nostra, bisogna lasciar fare agli americani, perché a noi italiani manca sempre qualcosa quando di mezzo c'è la narrazione storica. Finiamo per volere scopiazzare certe atmosfere non essendone capaci, probabilmente per una diversa sensibilità artistica, non per una questione di mezzi, perché dopo tutto il film di Matteo Rovere ha potuto godere di un bel budget per il cinema italiano, ovvero 8 milioni - non una cifra da kolossal, ma neppure quattro pigne secche dalle quali ricavarci chissà cosa. La trama. Ambientata nel 753 a.C., anno di fondazione…

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primo re

Il Primo Re” è la dimostrazione che, anche sui temi di casa nostra, bisogna lasciar fare agli americani, perché a noi italiani manca sempre qualcosa quando di mezzo c’è la narrazione storica. Finiamo per volere scopiazzare certe atmosfere non essendone capaci, probabilmente per una diversa sensibilità artistica, non per una questione di mezzi, perché dopo tutto il film di Matteo Rovere ha potuto godere di un bel budget per il cinema italiano, ovvero 8 milioni – non una cifra da kolossal, ma neppure quattro pigne secche dalle quali ricavarci chissà cosa.

La trama. Ambientata nel 753 a.C., anno di fondazione di Roma secondo la tradizione, la pellicola è una rivisitazione del mito di Romolo e Remo, interpretati rispettivamente da Alessio Lapice e Alessandro Borghi.

E partiamo proprio dai protagonisti: Lapice è pura ombra, nel senso che il suo personaggio si “sveglia” nell’ultimo quarto d’ora ma senza lasciare grossi segni. Fondamentalmente tutto il film si regge su Borghi, che è un attore notevole, ma che in questo caso sceglie un’interpretazione troppo shakespeariana che fa risultare il suo personaggio un Nerone qualsiasi, un folle in bilico fra visioni e violenza. E così il risultato è un Borghi bravino, che non scivola mai in maniera grossolana ma che nel contempo non riesce a portare l’opera a un livello superiore, non aiutato di certo da un cast piuttosto anonimo, da una regia che offre poco e dalle musiche di Andrea Farri che nelle scene di combattimento sono fra le cose più banali che potevamo sentire. Carina la fotografia di Daniele Ciprì, belle le location, mentre la sceneggiatura allunga troppo il brodo finendo per annoiare lo spettatore.

Ottima la scelta di usare come lingua il protolatino sottotitolando l’intero film.

In conclusione: un dramma storico raffazzonato.

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