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MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI Ari Aster

Con l'esordio "Hereditary - Le radici del male", Ari Aster aveva già dimostrato di essere un autore/regista non convenzionale, capace di creare una sua poetica. "Midsommar - Il villaggio dei dannati" è un film meno bello del precedente, ma merita la visione, perché per trequarti riesce a incuriosire parecchio. Peccato per il finale: la sceneggiatura non riesce a chiudere in maniera efficace la narrazione, lasciando lo spettatore insoddisfatto. La trama. La studentessa universitaria afflitta dall'ansia Dani (Florence Pugh) subisce un trauma emotivo dopo che la sorella bipolare commette un suicidio apparente, uccidendo i propri genitori e se stessa. L'incidente…

Score

SCORE - 6

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midsommar

Con l’esordio “Hereditary – Le radici del male”, Ari Aster aveva già dimostrato di essere un autore/regista non convenzionale, capace di creare una sua poetica. “Midsommar – Il villaggio dei dannati” è un film meno bello del precedente, ma merita la visione, perché per trequarti riesce a incuriosire parecchio. Peccato per il finale: la sceneggiatura non riesce a chiudere in maniera efficace la narrazione, lasciando lo spettatore insoddisfatto.

La trama. La studentessa universitaria afflitta dall’ansia Dani (Florence Pugh) subisce un trauma emotivo dopo che la sorella bipolare commette un suicidio apparente, uccidendo i propri genitori e se stessa. L’incidente mette a dura prova la relazione di Dani con il suo fidanzato emotivamente distante, Christian (Jack Reynor), uno studente di antropologia. L’estate seguente, Dani apprende che Christian e i suoi amici sono stati invitati dal loro amico svedese, Pelle, a partecipare a una festa di mezza estate che si tiene solo una volta ogni novant’anni nella comune ancestrale di Pelle in Svezia. Dani va con loro, ma arrivati nella penisola scandinava le cose prendono una piega inattesa.

Gli attori in scena svolgono piuttosto bene il compito senza punte di eccellenza. Al centro di tutto c’è la comune, che a più riprese diventa il vero protagonista. La fotografia di Pawel Pogorzelski è senza dubbio uno dei punti di forza della pellicola, che in generale ha una estetica convincente per un horror con risvolti drammatici. Come detto in precedenza nel finale la narrazione si incarta, e si ha la netta sensazione che l’autore si sia ritrovato sul più bello senza idee, cercando a quel punto di tuffarsi verso una conclusione ricercata, ambiziosa, che però è sembrata forzata, mediocre, tutt’altro che lineare rispetto alle grosse attese montate durante la proiezione.

Insomma, luci e ombre. Ma va detto che “Midsommar” è un’opera che anche a distanza di giorni resta con forza nella testa dello spettatore. Non è cinema usa-e-getta.

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